La Germania esca dall’euro e smetta di approfittare delle debolezze italiane

La Germania esca dall’euro e smetta di approfittare delle debolezze italiane

I rapporti tra Italia e Germania nel campo della politica e dell’economia stanno diventando sempre più difficili ed è possibile che nel 2017 lo saranno ancora di più visto che sarà un anno cruciale per la sopravvivenza dell’eurozona con elezioni politiche in Olanda, Francia, Germania e, forse, anche Italia. La sensazione è che i tedeschi siano preoccupati per una possibile deriva italiana, causata dall’arrivo di un governo populista che mandi i conti pubblici fuori controllo e promuova l’uscita dell’Italia dall’euro. L’interesse dei tedeschi è invece quello di mantenere il regime dell’euro così come è, visto che li avvantaggia sotto molti profili, ma tenendo l’Italia sotto tutela, in modo da non dover mai condividere alcun salvataggio pubblico o, ancor peggio, consolidare a livello europeo l’ingente debito pubblico italiano.

IL CASO MPS

La pessima gestione del caso Mps da parte delle autorità italiane non ha fatto altro che trasferire maggior potere negoziale alla Germania. L’aver trascinato fino all’estremo la decisione di un intervento pubblico nella banca senese ha indebolito tutto il sistema bancario italiano attraverso la perdita di valore di tutti i titoli a Piazza Affari (tra 50 e 60 miliardi la perdita di capitalizzazione delle principali banche quotate) ed esposto il fianco a bacchettate da parte della Vigilanza della Bce, guidata dalla francese Danièle Nouy con cipiglio tedesco. Prima il no a una proroga di 20 giorni comunicata attraverso un “leak” alla Reuters che ha fatto crollare le azioni Mps in Borsa, poi la comunicazione della Bce sul deflusso di liquidità di oltre 6 miliardi da fine novembre in poi, fatto in grado di autoalimentare una corsa agli sportelli. Quindi la comunicazione, sempre della Bce e senza consultazione preventiva con le autorità italiane, della necessità di 8,8 miliardi per il salvataggio del Monte contro i 5 fino ad allora preventivati. Notizia che ha fatto fare la figura dei pivelli sia ai vertici della banca sia ai tecnici del Mef. “Sarebbe stato più gentile avvertirci prima”, ha detto candidamente Pier Carlo Padoan al Sole 24 Ore. A parte il fatto che la Bce è un’autorità indipendente e non deve comunicare preventivamente con nessuno, men che meno con un organo politico di un paese membro, pochi semplici calcoli dimostrano che l’effetto negativo di quella comunicazione è molto più ampio delle sue conseguenze pratiche.

Quei 3,8 miliardi richiesti in più derivano dal fatto che vengono a mancare i soldi del fondo Atlante (1,6 miliardi per la tranche mezzanina della cartolarizzazione delle sofferenze) e dalla richiesta di ripristinare una tranche di bond subordinati che inizialmente scompaiono per effetto della conversione obbligatoria. Ma si tratta di circa 2 miliardi in più di emissioni che si accollerebbe il Tesoro a valori molto bassi e che in futuro possono essere rivenduti sul mercato con profitto così come le azioni Mps che lo stato acquisterà.

NON C’E’ LUCE IN FONDO AL TUNNEL

Tutti questi ultimi avvenimenti, incluso il monito di Weidmann, governatore della Bundesbank, che ha chiesto alla Ue di verificare se vi siano le condizioni per utilizzare soldi pubblici per il Montepaschi, rendono l’idea di come l’Italia sia stretta nella morsa tedesca dalla quale Padoan e i suoi tecnici, a partire dal direttore generale del Tesoro, Vincenzo La Via – un uomo indicato da Draghi ma finora ininfluente nelle trattative che contano – non riescono a divincolarsi. Padoan sa bene che i soldi impiegati per Mps andranno ad aumentare il debito pubblico il quale dovrebbe essere abbattuto con le privatizzazioni che però sinora sono rimaste al palo (si cercherà di collocare la seconda tranche di Poste al più presto). E che la manovra del 2017 deve già trovare 19 miliardi per sterilizzare l’aumento dell’Iva. Dunque gli spazi per dare impulso alla crescita economica si sono molto ristretti e senza crescita l’Italia non riesce a uscire dal tunnel.

NE’ CRESCITA NE’ RIFORME

Tutto ciò accade in una fase in cui occorrerebbe autorevolezza e credibilità per contrastare la visione economica dominante in Europa che ruota intorno alle “riforme strutturali”, unica via per ottenere la ripresa.  “La teoria alla base di questa convinzione è che le riforme aumentano l’efficienza e la competitività e consentono la ripresa economica anche se i governi tagliano le pensioni, i servizi sanitari, e altre spese sociali per abbattere i debiti e guadagnarsi la fiducia dei mercati”, ha scritto Mark Weisbrot, Co-direttore del Centro di Ricerca Politica ed Economica di Washington, D.C, per Business Insider. Renzi ha fatto parte di questo consenso, il Jobs Act ha seguito questo filone ma finora non ha dato i risultati sperati e le urne l’hanno punito. E qui sta il punto: poiché il recupero di produttività dell’Italia per via interna sta risultando molto più difficile di quel che si pensasse e sperasse, ecco che prende vigore la corrente di pensiero che vorrebbe il Belpaese abbandonare l’euro per poter svalutare la lira e recuperare, come si faceva un tempo, la competitività e la ripresa attraverso maggiori esportazioni.

LA DISGREGAZIONE E’ POSSIBILE

Il 2017 potrebbe dunque diventare l’anno cruciale per la sopravvivenza o meno dell’eurozona. Un operatore di mercato accorto come George Soros ha recentemente scritto che “Con la crescita economica che va a rilento e la crisi dei rifugiati fuori controllo, l’Unione europea è sul punto di rottura ed è destinata a subire un’esperienza simile a quella dell’Unione Sovietica nei primi anni ’90”. Starà speculando contro l’euro così come fece con la sterlina nel 1992? Forse,  ma è un dato di fatto che tra la negoziazione sulla Brexit e le elezioni politiche olandesi a marzo, quelle francesi a maggio, quelle tedesche a settembre e, forse, quelle italiane il 2017 rappresenterà un test cruciale per l’euro. E l’Italia rappresenta l’anello debole della catena. “Il tenore di vita in Italia è allo stesso livello del 2000. Se ciò non cambia gli italiani a un certo punto diranno: “Vogliamo uscire dall’eurozona”, ha dichiarato a un quotidiano Clemens Fuest, capo dell’Ifo, think tank economico tedesco. Aggiungendo che i tedeschi non approveranno mai alcun piano di salvataggio per l’Italia che possa pesare sui loro conti pubblici.

fonte: qui

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